Rassegna Stampa

Intervista al filosofo francese Fabrice Hadjadi

Avvenire, 06/02/2012

Ultime notizie sull’Aldilà

Intervista al filosofo francese Fabrice Hadjadi
di Lorenzo Fazzini.

Fabrice Hadjadj, filosofo, drammaturgo, scrittore, da molti considerato l’astro nascente (in realtà già molto affermato…) del pensiero cattolico di Francia, conosce bene il nichilismo. Si professava tale da giovane, brillante studente alla Sorbona (20/20 il suo voto al difficilissimo esame statale di agrégation), prima di un incontro, sconvolgente, con il cristianesimo, avvenuto nella bellissima chiesa di Saint Severin, in pieno centro a Parigi. Questo ex marxista ed ex nicciano oggi guarda alla crisi economica, alla difficoltà sociale e all’impasse culturale del Vecchio Continente con il desiderio ardente di rilanciare la dimensione dell’al di là cristiano, vero motore della storia, la sua personale e pure comunitaria.
Marx, e il marxismo, hanno accusato il cristianesimo di aver alienato l’uomo con la sua speranza nell’Aldilà. Ma oggi vediamo che sono i cristiani, e i credenti in generale, i più coinvolti negli sforzi per uscire, insieme, dalla crisi che attanaglia l’Occidente. Dunque, sembra proprio che la fede sia buona anche per “questo” mondo…
L’accusa di Marx (e la cosa è decisamente divertente) in realtà si rivolta contro la Rivoluzione comunista e contro ogni pratica elettoralistica della politica. La Rivoluzione, è noto, diceva all’uomo: «Tu devi soffrire per la costruzione della società futura». Essa parlava del «sol dell’avvenire» e dunque, visto che pretendeva di far scendere la giustizia sulla terra, alimentava anche una certa speranza dell’Aldilà, dal momento che questa giustizia non era per oggi, ma per il domani. Anche la politica vissuta solo in chiave elettorale non cessa di far balenare davanti agli occhi belle promesse, perché i politici devono farsi rieleggere e quindi attingono a categorie religiose: la promessa, l’elezione, l’al di là temporale… Un «Aldilà» che non è veramente «là». Dunque, l’al di là cristiano, in realtà, è qualcosa di ben diverso.

In cosa consiste la sua specificità?
Gesù lo dichiara: l’Aldilà non è né per il domani né altrove, ma per il qui e ora: «Il Regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17,21). Questo significa che il vero Aldilà non è in un’altra epoca o in un altro luogo. Esso è al di là dello spazio e del tempo: riguarda l’eterno, l’immenso, la sorgente zampillante che tocca ogni luogo e ogni istante. Ecco perché il cristiano è presente nel mondo in modo così potente. Egli vuole scegliere il mondo alla sua sorgente. Desidera intensificare la sua presenza respingendo il male che ci rende assenti gli uni agli altri. Il cristiano si sforza, a partire da Colui che dona l’esistenza, di preservare, custodire ed elevare tutto ciò che esiste.

Da più parti si percepisce che la crisi non è solo economica ma primariamente morale. A suo avviso, dove s’annida la radice di questa emergenza?
Non è corretto separare crisi morale ed economica dal momento che l’economia, ovvero la produzione e la ripartizione della ricchezza, è un’attività dell’uomo e tocca direttamente il suo giudizio etico: essa interroga la persona sull’importanza delle ricchezze materiali nella sua vita sociale. Oggi in Francia va molto di moda la parola «valori». Essa rimanda a ciò che vale economicamente e moralmente. Perciò, parlare di crisi economico-finanziaria, senza affrontare quella antropologica in sottofondo, è come cercare di risolvere un problema di salute eliminando il malato ma lasciando che la sua piaga si incancrenisca. Secondo il mio umile parere, la crisi attuale riguarda la fede nel consumo. Sembra che oggi nessuno sia più credente. Ma se la fede viene rifiutata come virtù teologale, essa viene intesa come fiducia nel credito a livello economico. Così noi non viviamo più nella fede ma a credito. Il creditore presta dei soldi perché crede alla crescita che permetterà al debitore di rimborsarlo, e il debitore promette questa crescita perché crede nel consumo: si comprerà sempre di più e si venderà sempre di più, quindi si produrrà sempre di più.

Cosa comporta questa dinamica?
Per alimentare questa ossessione produttivistica bisogna sviare le energie più profonde dell’uomo, quelle cioè che riguardano il desiderio di felicità e l’angoscia verso la morte. Dal momento che non ha più una speranza nel Cielo, l’uomo mette la propria speranza nel Mercato: tocca a quest’ultimo offrire tutto quello che potrà di-vertirlo dalla sua angoscia attraverso quei prodotti che si presentano come benefici. Il Mercato è a garanzia di un nuovo al di là: esso non cessa di promettere per domani i prodotti che vi renderanno felici. Voilà: l’i-phone 4, poi 5, poi 6; alè, nuove stagioni di fiction televisive; ancora: l’ultima crema anti-rughe. Gli uomini, pagando, vogliono dimenticare che la vita non ha un senso. E si comportano come se giocassero a un casinò con la speranza di far saltare il banco.

La difficile situazione economica sta peggiorando le condizioni di un continente che per 60 anni ha vissuto nel progresso e nel benessere. Molti europei, soprattutto i giovani, guardano al domani come una concreta eventualità di infelicità e peggioramento del proprio status. Perché dunque il domani suscita così tanti timori?
Se ci si stupisce della crisi significa che, in fin dei conti, si crede ancora al «progressismo». Io, personalmente, ritengo che il mondo sia in crisi dall’inizio. È quanto ci trasmette la dottrina del peccato originale. Pensiamo poi alla parabola evangelica del buon grano e della zizzania: essa ci insegna a non essere nostalgici, perché non possiamo tornare indietro, e che andiamo verso il meglio e il peggio allo stesso tempo. Dunque esiste un miglioramento possibile dietro ogni peggioramento. D’altra parte, non concordo molto sulla sua affermazione di partenza…

Ovvero? Che non siamo vissuti nel benessere?
Quelli che noi definiamo 60 anni di progresso sono stati anche decenni di consumismo sfrenato, di massacro sistematico delle anime, di abbrutimento incredibile dell’uomo ridotto a un maiale accarezzato e nutrito mentre gli viene nascosto il perché gli vien fatto questo: per poi macellarlo! Crescita materiale? Certo, ma l’uomo non cresce umanamente se non spiritualmente. La piena occupazione? Cosa giusta, ma il vero trionfo sulla disoccupazione è loshabbat! La verità è che se la nostra vita non ha un senso, noi finiamo per lavorare come bruti e consumiamo all’inverosimile per dimenticare di tirarci una pallottola in testa. La speranza di diventare un docile schiavo del sistema non è una speranza: questo ottimismo di bassa lega corrisponde alla disperazione più profonda. In verità, ormai da mezzo secolo ci troviamo in una disperazione alla quale non osiamo dare un nome. Ora che questo castello di carte è caduto, ce ne dobbiamo lamentare? L’illusione è finita. Ma per noi ora si apre la possibilità di costruire qualcosa sulla vera roccia.

CHI È 
È considerato l’intellettuale cristiano francese d’avanguardia. Conteso da diversi editori (sia in patria che all’estero), Fabrice Hadjadj, nonostante la giovane età (è nato nel 1971: sposato, in attesa del sesto figlio), ha scelto il “basso profilo” di Toulon, e non la notorietà di Parigi, per la sua carriera di filosofo: qui insegna filosofia in un liceo e nel seminario diocesano. La sua vera aspirazione era diventare romanziere (all’attivo ha alcuni lavori con lo scrittore nichilista Michel Houellebecq); in seguito si è scoperto filosofo, autore teatrale (a Milano è in corso di rappresentazione il suo Giobbe) ed esperto d’arte. Convertito al cristianesimo in età adulta (provene da una famiglia atea di sinistra, di origine ebraica), Hadjadj ha pubblicato diversi saggi decisamente controcorrente in cui coniuga la sua profonda conoscenza filosofica con l’esperienza e la riflessione cristiana. Vanno ricordati Farcela con la morte(Cittadella), La fede dei demoni (Marietti), La mistica della carne (Medusa), La terra strada del cielo (Lindau). Nel 2010 ha conseguito il prestigioso “Grand Prix de la littérature religiouse” di Francia per il suo testo sull’ateismo, mentre nel 2006 era stata la volta del “Grand Prix catholique de littérature” per quello dedicato alla morte.

Lorenzo Fazzini

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