Rassegna Stampa

Lotta all’Isis: tre cose mai viste in Europa

di Roby Ronza
Rassegna stampa.
(c) La nuova Bussola quotidiana 19/11/2015

Per la seconda volta dalla fine della Seconda guerra mondiale una potenza dell’Europa occidentale, nel caso specifico la Francia, si impegna in operazioni militari senza coinvolgere la Nato e quindi gli Stati Uniti. La prima volta fu (ma in ben altro contesto) nel 1956, quando Gran Bretagna e Francia attaccarono l’Egitto di Nasser in risposta alla nazionalizzazione del canale di Suez, venendo poi costrette a ritirarsi dagli Stati Uniti intervenuti anche su pressione dell’Unione Sovietica. Adesso, invece, gli Stati Uniti non si oppongono e la Russia, erede dell’Unione Sovietica, è schierata con la Francia.

Per la prima volta poi da quando è vigore il trattato di Lisbona un Paese dell’Unione Europea si appella al suo articolo 42 comma 7 ove si stabilisce che gli Stati membri dell’Unione i quali stanno subendo un’aggressione militare sul proprio territorio hanno diritto di ricevere dagli altri «aiuto e assistenza». Il testo dell’articolo è abbastanza reticente e contorto, e non implica alcuna automatica mobilitazione dell’intera Ue. Apre semplicemente alla possibilità che lo Stato aggredito chieda e ottenga aiuto da altri Stati membri in base ad accordi bilaterali, senza che per questo sia necessario il consenso unanime dell’intera Unione.

Facendo infine seguito agli attentati di Parigi di venerdì scorso, i governi di Parigi e di Mosca hanno dato ordine alle loro navi  da guerra schierate nel Mediterraneo orientale di operare congiuntamente «come alleati»: un fatto anche questo senza precedenti. Si tratta in tutti e tre i casi di novità di enorme rilievo, che segnano un nuovo cruciale capitolo nella storia del progressivo ritiro degli Stati Uniti dallo scacchiere mediterraneo e mediorientale.  Essendosi  l’Unione Europea dimostrata incapace di prenderne il posto, la Russia di Putin si è fatta avanti affermandosi in poco tempo come una presenza da cui nell’area non si può più prescindere.

É un bene o un male? Innanzitutto è un fatto compiuto, qualcosa che con la sua inconsistenza l’Unione Europea si è tirata in testa. Oggi come oggi in sede internazionale l’Unione non soltanto è inutile, ma è pure dannosa.  Non soltanto non fa, ma anche rende più difficile l’iniziativa degli Stati membri direttamente interessati. Siamo così giunti al caso di un’alleanza tra un grande Paese dell’Unione, la Francia, addirittura con una potenza come la Russia che non solo non ne fa parte, ma anzi risulta con essa in attrito su un altro scacchiere: quello del “Medio Oriente” centro-europeo che dal Mar Baltico si estende al Mar Nero.

A capo di un Paese che conserva ancora una fama di grande potenza, ma che in effetti è alla soglia del Terzo mondo, essendo in declino demografico netto, con un’economia basata sull’esportazione di materie prime e con un reddito pro capite largamente inferiore a quello della Grecia, grazie alla sua determinazione e abilità, Putin riesce tuttavia a tenere banco.  Con la Germania gioca una parte del centro Europa e con la Francia ne gioca un’altra nel Levante peraltro con il consenso degli Stati Uniti cui toglie ogni volta qualche castagna dal fuoco, stando però attento a non toglierle mai tutte.  Un gigante economico e demografico come l’Unione Europea viene fatto così girare su stesso da questo agile e spregiudicato giocoliere.

E l’Italia? Tanto più considerando che entrambe le crisi incidono pesantemente sulle sue esportazioni, il nostro Paese avrebbe tanti buoni motivi per assumere un ruolo più attivo tanto in un caso che nell’altro. Dai suoi più recenti discorsi sembra di capire che Renzi se ne renda conto, ma anche che non sappia bene che cosa fare. Come l’esperienza insegna, nel caso della Libia ma non solo, al momento delle grandi decisioni l’Italia viene lasciata fuori; succedeva una volta con Berlusconi e succede adesso con Renzi.  Caso mai ci chiamano poi, al  momento di raccogliere i cocci. In effetti non è un problema di peso specifico del nostro Paese. Sia sul piano geo-politico sia su quello economico ne abbiamo quanto basta e avanza.

La questione è un’altra: per diventare un soggetto di peso sulla scena internazionale, capace di promuovere i propri legittimi interessi e insieme di contribuire nella pace al comune sviluppo, occorrono due cose di cui manchiamo e di cui invece faremmo bene a provvederci in fretta: da un lato un disegno di politica estera non casuale e dall’altro la volontà di attuarlo tenacemente.

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