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“Tonno e crackers”: il difficile equilibrio tra giustizia e misericordia.

Il vicesindaco di Minerbe, intervistato da AGE Associazione Italiana Genitori, chiarisce il caso della bambina “costretta a mangiare tonno e crackers” nella mensa della scuola primaria.

di Giuseppe Menin (*)

Da genitori siamo tutti colpiti di fronte alla notizia diffusa dalla stampa nazionale sul caso della bambina che si è vista somministrare, in luogo della pizza prevista a menù, un piatto con del tonno, dei crackers oltre ad un frutto e della verdura. Il nostro pensiero va innanzitutto alla tutela dei più deboli, dei minori che non dovrebbero essere discriminati a causa degli adulti.

Spiace tuttavia osservare la leggerezza con cui quotidiani autorevoli hanno trattato la questione. Peccato perché da certi professionisti ci si aspetterebbe un po’ più di approfondimento.

Per cercare di riportare la vicenda nella sua giusta dimensione, intervistiamo Massimo Momi, ingegnere elettronico 48enne sposato e padre di 2 figlie, vicesindaco del comune di Minerbe.

Massimo cosa ci puoi raccontare di Minerbe?
Minerbe è una comunità di circa 5000 abitanti attiva e solidale. Sono circa 25 le associazioni di volontariato e promozione sociale attive in vari ambiti. Centinaia di volontari che operano in modo sussidiario all’amministrazione comunale. Si realizzano progetti di vario tipo che coinvolgono e includono tutti. Anch’io, come gran parte dei componenti dell’attuale amministrazione, provengo dal mondo associativo locale. Sono socio fondatore di AGe Minerbe (Associazione Genitori di Minerbe) ed ho prestato servizio come presidente nel consiglio di istituto all’ I.C. Berto Barbarani.

La vostra è un’amministrazione leghista?
La nostra è una lista civica dove il sindaco Andrea Girardi è tesserato Lega. Alle elezioni del 2016 abbiamo battuto la lista della Lega che si schierò con un altro candidato sindaco. Siamo arrivati primi su 4 liste con il 41% dei voti. Oggi il candidato che era appoggiato dalla Lega siede sui banchi dell’opposizione.

Come si comporta il comune di Minerbe nei confronti di chi è più bisognoso?
Gli alunni della scuola primaria Giacomo Zanella di Minerbe iscritti al servizio mensa sono 203. Come amministrazione, aiutiamo 36 famiglie nel pagamento della mensa (il 18%), andando così incontro alle esigenze di 30 bambini stranieri e di 6 italiani. Qualcuno seguito dai servizi sociali è aiutato al 100% altri con una percentuale che va dal 40 al 50% dell’importo. Anche la bambina ed il fratello in questione sono all’interno di questo gruppo.

Quindi cosa è successo?
Da un paio d’anni abbiamo introdotto il “buono pasto elettronico” per semplificare la vita ai genitori ed avere un numero automatizzato e preciso dei pasti da somministrare quotidianamente.
Succede che delle famiglie siano in ritardo con i pagamenti (vengono concessi comunque due pasti a credito per gestire le possibili dimenticanze): in questi casi la piattaforma software richiede di preparare un numero di pasti inferiore alla società che ha in gestione la ristorazione mensa.
Per affrontare questi disagi si è cercato di richiedere un leggero aumento delle grammature dei pasti, di dividere eventualmente le razioni tra i bambini presenti e di predisporre una dispensa di regolari razioni composte da alimenti a lunga conservazione per le emergenze. Tengo a precisare che questo pasto alternativo è comunque tra quelli previsti dalla dieta approvata dall’ASL.
Quel giorno era prevista la pizza. Un piatto ambitissimo dai bambini ma con razioni contate. Purtroppo queste rischiavano di non essere sufficienti come ahimè già successo a dicembre dove vi erano quasi venti bambini non paganti. Come previsto, si è preparato un piatto composto da tonno (tolto dalla scatola, sgocciolato) verdura e frutta. Purtroppo un malinteso, seppur in buona fede, ha fatto sì che alla bambina prima fosse servita la pizza e successivamente il piatto di tonno. La bambina si è comprensibilmente messa a piangere. Mi spiace molto per quello che è accaduto. I bambini non dovrebbero mai essere le vittime delle colpe dei grandi

Quindi i genitori della bambina sono tra quelli che non pagano?
Si, rimangono indietro dei mesi con i pagamenti nonostante i continui solleciti e nonostante il contributo del 50% che viene mensilmente erogato alla famiglia. Di fronte a questi casi ci sono varie possibilità: fare entrare in mensa solo chi ha pagato; fare entrare tutti e somministrare il pasto anche a chi non paga o tentare un approccio diverso.

Cioè? Cosa intendi per diverso?
Con alcune delle famiglie in difficoltà economica abbiamo iniziato un percorso di inclusione: un atteggiamento misericordioso nei confronti di chi è più bisognoso. Oltre a pagare tutta la retta della mensa, abbiamo anche proposto delle opportunità di lavoro e la possibilità di avere un alloggio in regola.
Vogliamo cioè unire la solidarietà nei confronti di chi è meno fortunato con la sussidiarietà per far sì che progressivamente ci si possa rendere autonomi. Sarebbe molto più facile e sbrigativo pagare la retta a tutti. Ma in questo caso la solidarietà diventa assistenzialismo. Siamo sicuri che questo sia l’approccio migliore?
Come amministrazione, attraverso le nostre decisioni, influiamo sui comportamenti dei cittadini.
Ti chiedo: come è possibile educare la cittadinanza al rispetto delle regole se non si affianca alla giusta misericordia nei confronti dei più deboli, il principio di giustizia verso gli altri?

Qualcuno può obiettare: “in fondo si tratta solo di una famiglia” …
Capisco, tuttavia l’esperienza insegna che in questi casi si verifica un pericoloso effetto emulativo: in sostanza i “furbetti” ne approfittano rivendicando parità di trattamento.
Lo stesso vale per noi genitori: sto educando bene mio figlio se sono solo misericordioso con lui senza trasmettergli l’importanza del rispetto delle regole?
A volte occorre dire dei no, ovviamente sempre motivati. È   l’eterna questione del difficile equilibrio tra giustizia e misericordia.  Credimi, non esiste un metodo perfetto come purtroppo si è visto anche nel nostro caso specifico.

Un po’ come donare un pesce all’affamato o dare anche la canna da pesca e insegnarli a pescare. Quindi il padre della bambina ha rinunciato alla “canna da pesca”?
È proprio così. Anche al genitore della bimba in questione è stato proposto un percorso simile. Tuttavia, nonostante i ripetuti solleciti e proposte, egli ha sempre rifiutato l’aiuto, sostenendo che si sarebbe trovato un lavoro in autonomia.
A questo punto l’amministrazione, visto il rifiuto di farsi seguire dai servizi sociali, per dovere di equità, ha deciso di gestire il contributo per il servizio mensa calcolandone il valore al pari di tutti gli altri genitori richiedenti, nel caso pari al 50%.

Come calcolate il contributo mensa?
Per il calcolo abbiamo adottato lo strumento del “Fattore Famiglia”: un metodo che supera i limiti dell’ISEE ideato da Maurizio Bernardi ex sindaco di Castelnuovo del Garda in collaborazione con l’Università di Verona.

Cosa pensi di fare per evitare che fatti di questo tipo accadano ancora?
La soluzione più equa è quella che gli alunni possano legittimamente portarsi il cibo da casa, ma questa è una decisone che non rientra nelle competenze dell’amministrazione bensì del dirigente scolastico. Sarà anche necessario consigliare adeguatamente le famiglie in difficoltà che fanno richiesta di tempo pieno in quanto c’è sempre la possibilità di aderire al tempo tradizionale in cui i costi mensa sono più che dimezzati visto che sono previsti solo due rientri pomeridiani.

Che cosa ti dispiace di più?
Penso sempre a quella bambina. Molto probabilmente chi ha deciso di dare la notizia alla stampa, invece di proporre una soluzione percorribile e condivisa con i servizi comunali, non si è reso conto che in questo modo avrebbe accentuato la violenza nei confronti della piccola, ora si al centro dei discorsi dei compagni di scuola, di tutto il paese e della nazione intera.  Ancora peggio è chi ha esposto il paese ad attacchi incontrollabili e di rara violenza per meri interessi elettorali, viste le imminenti consultazioni europee ed amministrative

Grazie Massimo per la tua disponibilità.
Da questa spiegazione ritengo che l’amministrazione comunale abbia agito in buona fede, senza nessun intento discriminatorio, con la sola intenzione di coinvolgere i cittadini verso un percorso virtuoso di inclusione sociale, passando dall’assistenzialismo alla sussidiarietà.
Un difficile equilibrio tra giustizia e misericordia.

15 aprile 2019

Giuseppe Menin
(*) Consigliere Nazionale AGE – Associazione Italiana Genitori – www.age.it

Articolo in formato PDF: Intervista AGE al vicesindaco di Minerbe final

 

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